Puntata 0 – C’era una volta un Re

Puntata 0 – C’era una volta un Re

Ogni giorno un re si sveglia, raggiunge la sua sala… e sedendosi sul suo pregiato sofà chiede alla sua serva di raccontargli una storia. Ogni giorno una serva si sveglia all’alba e sa che dovrà raccontare una storia al suo re. Non importa che tu sia re o servitore, quel racconto sei tu.

Infatti la storia ricomincia ogni volta, e dietro quella che sembra una filastrocca un po’ banalotta si nasconde un messaggio profondo, che forse è solo una mia lettura forzata dei versi, ma vi chiedo di spenderci tre minuti sopra.

Perché raccontiamo storie? Secondo alcuni neuroscienziati lo facciamo prima di tutto perché quel re siamo noi, e la serva, o il servitore di cui si parla, è dentro la nostra testa.

Michael Gazzaniga e Joseph Ledoux hanno pubblicato diversi studi che collocano il servitore nel nostro emisfero sinistro. L’hanno chiamato l’Interprete, ed è quella vocina che non sempre sentiamo in maniera conscia, che ci racconta e si racconta costantemente il mondo che lo circonda.

In un celebre esperimento questi scienziati hanno lavorato con dei pazienti che per qualche motivo si trovavano con gli emisferi del cervello separati, e hanno notato che quando veniva dato un comando all’emisfero destro, il sinistro anche se non sapeva perché il destro aveva fatto una determinata cosa, s’inventava una scusa per motivarla, un motivo scatenante, insomma una storia.

Vi suona familiare? La mia voglia di cercare tra le pieghe delle storie parte proprio da qui: dall’evidenza che non possiamo fuggire al re e al suo servitore. Il racconto è quello che ci permette di interpretare la realtà che ci circonda. Il racconto dei nostri sensi, il racconto che ci facciamo di una situazione. Il racconto che ci viene fatto di una situazione e che a volte risparmia al nostro interprete – un po’ pigro, – di farsi una propria idea di quello che gli succede attorno.

Le storie che ci raccontiamo sono sempre le nostre storie, ci riguardano. Parlano di amore e di morte, di paura e coraggio. Di vita. Appartengono a una dimensione astratta, comica, orrorifica. Non importa, dentro queste storie ci sono messaggi che gli interpreti si stanno scambiando. Come dei pizzini che le serve e i servitori dentro la testa di ciascuno si mandano con lo scopo di creare un’unica rete, un’unica Umanità in cui il racconto della realtà diventa la realtà stessa. Quanto di questo racconto, però, possiamo cambiare per stare meglio, se la realtà non è proprio quella che vorremmo?

Epitteto, un filosofo stoico vissuto nel secondo secolo dopo Cristo diceva che non è ciò che ti succede che ti caratterizza, ma come reagisci a ciò che ti succede.

Allora le storie che ci raccontiamo possono fare la differenza?

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