La fabbrica di cioccolato

Il fatto è che nessuno di noi è di razza italiana, perché la razza non esiste. A parte i pesci raiformi, quelli sono razze.
Esistono dei fenotipi, dei fototipi, esistono origini geografiche e culture d’appartenenza; queste ultime poi sono per loro stessa connotazione permeabili e malleabili. Si possono insegnare e cambiano di continuo. Le culture non sono fatte di materia, ma di idee. E il nostro cervello è abbastanza birichino quando si tratta di idee. Ce le cambia sotto il naso, ci convince che una cosa è giusta reinterpretando continuamente quella che ritiene essere la verità.


Le nostre convinzioni sono dure a morire, io chiamo questo meccanismo ‘La fabbrica di cioccolato’. Il cervello ne fabbrica di continuo. Abbiamo bisogno di convinzioni, sono fondamentali per evitare di ricalcolare continuamente il nostro punto di vista. Sono il nostro pilota automatico morale.


Essendo dei golosoni, il nostro cervello per farci azzannare le convinzioni, aggiunge zucchero e coloranti, ignorando che spesso l’ingrediente principale non è di buona qualità. Il cervello ci impacchetta tutto nella carta dorata, in pratiche tavolette già pronte e quella finisce per sembrare cioccolata.
Coraggio, scartala.
La maggior parte delle nostre convinzioni andrebbero masticate lentamente.
Dai, assaporala.


A quel punto capiremmo in fretta che l’ingrediente principale è merda al 90%. Non sempre, ma abbastanza spesso da farci la bocca.


Il cervello è un cantastorie, e tendenzialmente si racconta la storia più comoda per lui. Per questo in narrativa cerchiamo storie ‘scomode’. Lo facciamo per mettere alla prova le nostre convinzioni, per demolire le nostre superstizioni. Per viaggiare in mondi impossibili, inumani, in modo da indagare cosa sia davvero l’umanità.


Dovremmo avere meno paura dei dubbi, sono i nostri migliori alleati. Dovremmo avere meno paura di essere nel torto, ritroveremmo la ragione. Dovremmo avere meno paura di non essere con la gente, ritroveremmo le persone.Dovremmo avere meno paura di essere poveri, perché la povertà potrà anche essere un brutto cappello, ma i cappelli bisogna saperli portare.Dovremmo avere meno paura di fermarci e pensare, perché andare veloci ci sta facendo toccare prima il fondo.

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