Puntata 10 – La libertà è una catena

Puntata 10 – La libertà è una catena

un racconto dedicato a Emilio Salgari

Era il ventotto di maggio. Il cielo era rigonfio di nuvole scure, cumuli di vaporose ombre sembravano mangiarsi l’un l’altra sopra le strade battute dalla marcia pigra dei muli, oltre le punte di alcuni cipressi mosse per il vento come code di gatti spaventati. Mi muovevo solo, questo era l’accordo con chi mi mandava. E nessuno avrebbe dovuto sapere prima del dovuto. Ero partito già da una settimana, dopo che a Verona avevo concluso l’accordo per la pubblicazione a puntate di un romanzo scritto qualche tempo prima.

Il viaggio in nave aveva fatto affiorare fra le creste spumeggianti della mia memoria i recenti studi al Regio Istituto Sarpi, a quel tempo mi facevo chiamare capitano di fregata, non avevo ancora vent’anni e sfidavo a fil di lama chiunque mettesse in dubbio la mia preparazione all’avventura. Fu per questo amore primario, che volli rischiare, accettai la proposta fattami dall’editore di una rivista francese che di passaggio in Torino, tra un bicerin e un vermouth, mi aveva confessato che, conosciute le condizioni del vecchio, avrebbe pagato cara una sua ultima testimonianza da consegnare al mondo.

Gli proposi d’andare io, di persona, fino all’isola. Non c’era tempo da perdere, ché del vecchio si era avuta notizia d’un aggravarsi della malattia. E io che cercavo di guadagnarmi il pane con le avventure colsi al volo quell’occasione. Fossero  state avventure realmente vissute oppure soltanto raccontate, non faceva differenza. Ogni cosa prendeva una sua forma di verità, sulla carta stampata.

Un brigante, un pirata. Proprio come quei briganti e quei pirati di cui avrei raccontato per tutta la vita. Persone d’alta morale, che per bassa condizione dovettero lottare contro un potere costituito che opprimeva i tanti in favore dei pochi.

L’isola, dicevo, era immersa in un’oscurità densa, oleosa. Mi fecero arrivare sopra una barchetta che beveva acqua e i mozzi che m’accompagnavano si dimostrarono agili nell’utilizzo del secchio per evitare d’andare a fondo. Gli scogli rigurgitavano la schiuma bianca d’un mare agitato, come agitate erano le acque della nostra patria.

Fra le piccole chiatte sulla spiaggia, alcuni pescatori seppero indicarmi la vecchia baracca di un bracciante che mi avrebbe portato fino alla casa bianca. Viaggiammo mentre la notte diventava mattina e l’uomo che si faceva chiamare Chicheddu mi raccontava le gesta dell’asino preferito dal padrone dell’isola, una peste nera che il padrone stesso aveva chiamato pio-nono. Chicheddu era molto devoto, lo vidi agitare le maniche larghe della camicia per farsi uno sbrigativo segno di croce. Io avrei smesso di pormi domande su Dio e sulla Provvidenza qualche anno più tardi, quando mio padre si sarebbe tolto la vita.

La terra asciutta dell’isola cominciò a sudare l’umido della notte quando giungemmo alla casa bianca. Il sole si era alzato e un’aria tiepida mi scaldava il retro del capo. Chicheddu mi lasciò l’asino con l’impegno di riportarglielo nei giorni seguenti, fatto quello che avrei dovuto fare, sempre che fossi arrivato per tempo.

Mi presentai alla porta della casa, ma prima di raggiungere la soglia, un bambino con una brocca d’acqua in mano mi venne incontro. Aveva grandi occhi scuri e una zazzera scompigliata in testa. I capelli erano annodati e gli occhi si chiudevano ancora per il sonno. Si fermò a due passi da me senza aprir bocca e sempre senza parlare, poggiò la brocca a terra e mi porse la mano piccola, callosa. Io esitai.

Avevo pensato di attendere che l’ora fosse vicina al mezzogiorno prima di presentarmi, ma il bambino mi aveva visto e mi stava conducendo dietro la casa.

Quel silenzio, nella mattina appena nata, e quel bambino taciturno e fiero, non potevano esser altro che figli tutti di quell’uomo incredibile che trovai sulla soglia di una piccola porta secondaria, seduto su una poltroncina di legno, le mani unite davanti al volto barbuto. Sembrava che fosse lui origine di tutto quel che vedevo.

“Cosa c’è Manlio, abbiamo un ospite?” disse il vecchio lentamente, con un filo di voce. “Fallo sedere, su…”

Il bambino, prima di andarsene, prese una cassetta di legno per le verdure e me la porse. Io la posizionai dietro di me, a guida di seduta, ma non mi sedetti. Ero paralizzato dal magnetismo assoluto che quella figura emanava.

“Signore,” mi disse lui. “Stia ritto sulle spalle… non sono la statua di una Madonna. Sono un vecchio spezzato dal male delle ossa…” tossì mentre lo diceva, e io mi accorsi che mi ero bloccato in un inchino chissà da quanto tempo. “Io non ho fatto quello che ho fatto perché le nuove generazioni si piegassero” continuò, “ma anzi lo feci perché imparassero a tenere alta la testa. Quindi stia su, signore…”

“Io… Mi scusi… sono un maleducato. Non mi sono presentato per farmi ricevere e…”

Il vecchio non si spostò di un millimetro, batté le ciglia e tenne chiusi gli occhi un istante di più di quel che è normale fare.

“Ci si presenta al cospetto dei re, non a quello dei contadini… Si sieda, ora, mio giovane amico. E non si preoccupi dell’orario e delle formalità. Ha l’aria di essere un giovanotto di cultura, e di venire da lontano…”

“In effetti la mia preparazione principale è in mare, sono capitano di fregata, ma mi occupo di scriver libri…”

“Ah, dunque siamo a nostro modo doppiamente colleghi. Io ho condotto navi quand’era il tempo, e scritto molto negli ultimi anni…” Le braccia gli tremavano e capii che era fisso in quella posizione, costretto dai suoi dolori. Era un tronco umano che aveva solo il controllo del suo volto. “E cosa vi spinge, signore, a venirmi vedere morire? È la visita rammaricata di un amico che mi rende omaggio, o il godimento sadico e vigliacco di un nemico che mi osserva spirare senza aver mosso la sua spada?”

“Un amico, generale. Un ammiratore come tanti ne avete. Un giovane che ha sentito parlare delle sue gesta sin da quando è nato.”

“Gesta? Strano come quando un uomo muore quel che ha fatto non è più vita, ma sono gesta, fatiche come quelle di Ercole… mito, non più sudore, sangue, lagrime. Eppure, mi creda, è più faticoso morire, spogliarsi delle proprie azioni, piuttosto che averle fatte… rimanere nudo di fronte a un tutto che ti assorbe, un grande tutto nel quale non ci sarà più nessun generale, nessun uomo… solo il cuore, almeno il mio cuore spero di conservare. Il mio pulsare d’amore per la Libertà e il Vero, il mio odio per la menzogna e la tirannia… che cos’è per lei la Libertà?”

Avevo vent’anni, ero arrogante e pieno di me. Per la prima volta non avevo il coraggio di rispondere a una domanda. Era come se mi trovassi di fronte a tutto ciò che avrei voluto diventare e lo vedessi nel suo momento peggiore, testimone scomodo che neanche l’eroismo, l’avventura, rendono immortali. Avevo paura, mi accorsi della fragilità di cui l’uomo è fatto. Qualsiasi uomo. Anche l’eroe, lontano da tutti i discorsi che gli si tessono attorno. L’uomo puro, fatto di carne e di sangue. L’uomo che non ha più energia neppure per raccontarsi. Non volevo diventare questo, non riuscivo a vedere negli occhi del vecchio la luce che emanava, di cui ora ho un ricordo così nitido. Tremai, senza pensare a quella domanda carica di profondità e chiaroveggenza.

Lui riprese senza guardarmi, fissando il sole che si alzava. Specchiandosi in quel sole, forse.

“La Libertà, mio giovane amico, è una catena. Ho pensato per buona parte della vita che la Libertà fosse nello spezzare le catene, nel permettere ai propri simili di muoversi nello spazio infinito, senza confini, nell’oltrepassare le regole in favore del miglioramento… pensavo questo. Lo pensavo senza vedere che una volta spezzate quelle catene, di nuovo la gente che mi lasciavo alle spalle, il popolo, si faceva mettere nuove catene più solide e pesanti. L’uomo evidentemente è fatto per le catene…”

Tossì, e questa volta le braccia gli caddero lungo il torso. Un piccolo rivolo di saliva gli si fermò sulla barba folta e malcurata. Inclinò il viso per tamponarsela con la spalla, sulla quale era posato uno scialle.

Una donna si affacciò da una finestra, i nostri sguardi s’incrociarono, poi di nuovo sparì nel buio della casa. Da lontano si sentì una voce femminile chiamare Manlio, il bambino.

“Generale, se la Libertà è una catena, voi almeno avete provato, avete tentato…”

“Di far cosa?” m’interruppe con un respiro soffocato. “Ma mi guardi! Ho fatto la guerra per tutta la vita, ho combattuto in mare, nel deserto, nella giungla nera… ho reinventato il modo di combattere, toccando e fuggendo, usando i miei uomini come la punta d’un fioretto. E ovunque andavo li convincevo che sarebbe stata l’ultima battaglia. E ogni volta la guerra continuava. Da qualche altra parte c’era un nuovo popolo oppresso da salvare e ogni volta rimanevo io solo a contare i corpi dei miei soldati. Rimanevo io solo a caricarmi sulle spalle l’odio nemico quanto l’amore del popolo che si credeva liberato… ma la Libertà non è per tutti, mio giovane amico. E i tiranni lo sanno, loro utilizzeranno la Libertà come pretesto per far quel che ho fatto io nel giusto, con ingenuità sentimentale… Loro faranno guerre in nome della Libertà, usando i nostri simboli e svuotandoli di significato…”

“Mi sta dicendo che tutto è vano, generale?”

“Le sto dicendo che bisogna comunque combattere. Ho fatto la guerra per tutta la vita predicando la pace. Bisogna costruire catene sempre più ampie, che siano più adatte all’uomo di domani… Una catena che leghi come un abbraccio l’umanità intera…”

“Ma lei ci è riuscito, generale…”

La sua testa folta di capelli lisci, bianchissimi e sottili ebbe un tremito.

“Io ho fatto quel era del mio. Ma so che l’uomo non cambia dandosi un’etichetta. Sia esso monarchico o socialista, papista o massone, non si tratta solo di questo… è dentro di lui la lotta. Il mio nemico e amico, quel buon Mazzini compagno d’esilio aveva ragione quando diceva che il mondo non è uno Spettacolo, è un’arena di battaglia… e si riferiva al di dentro dell’uomo e del cittadino. Davvero egli solo vegliava, quando intorno tutto dormiva…”

Chiuse di nuovo gli occhi. E così, mentre vedevo muoversi a distanza i primi braccianti che camminavano verso i campi, mi parlò di nuovo.

“La Cometa… oggi scriverò al direttore dell’osservatorio di Palermo per sapere della Cometa… Lei è giovane, ma è uomo di mare… non smetta mai di guardare il cielo!”

Glielo promisi, mi disse che avrebbe voluto le sue ceneri sparse al vento e in parte posizionate vicino al luogo in cui riposavano le figlie Rosa e Anita. Mi disse che era stato un padre distante e forse per quell’incessante tossire, per quegli occhi sempre puntati verso il disco solare, una lacrima gli scese fra le pieghe del viso, che erano fonde come cicatrici.

Si addormentò davanti a me, facendomi promettere che non avrei consegnato nulla del nostro colloquio che dopo la sua serena dipartita.

Pochi giorni passarono, il vecchio se ne andò da questo mondo e i giornali stranieri titolarono che “il famoso brigante aveva finalmente reso l’anima al diavolo”.

Non pubblicai mai quel che ho scritto oggi, perché la sua volontà nella morte non venne rispettata. Non venne mai fatto cenere. Venne utilizzato il suo nome da destra e da sinistra come aveva previsto, e il suo spirito forse vaga ancora sugli antichi campi di battaglia, alla ricerca della pace facendo la guerra.

Era stato un padre distante per le sue figlie, ma fu un padre per la nostra sghemba patria. E fu un modello di valori che nella mia piccola opera di narratore ho cercato di ricalcare coi miei eroi esotici e invitti.

Si chiamava Giuseppe Garibaldi, un eroe vero, così vero che a vederlo morire mi fece paura. Con lui moriva forse l’eroismo stesso.

Con questa mia ultima memoria, prima di commettere il gesto definitivo, consegno ai miei editori l’ultimo desiderio: quel che non mi deste in vita, usatelo per darmi dignitose esequie.

Me ne vado come se ne andò mio padre, schiacciato dalle mie piccole catene, e vi consegno la catena dell’umanità per me troppo pesante, nella quale spero troviate la vostra libertà. La mia sta sul filo di questo rasoio.

Torino, 25 aprile 1911 – Emilio Salgàri.

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